AnitaCappello_fotoAnita oggi è felice di aver compreso, grazie a sua figlia Maria allora piccina, l’essenza del sostegno a distanza​ . C’è un legame concreto che ti unisce al bambino che sostieni a distanza: non è qualcosa di astratto e lontano, ma un gesto che può aiutare un bambino in carne ed ossa a crescere dignitosamente, ad andare a scuola, a cambiare la sua vita. Donare ci fa sentire più vicini e responsabili.
Ecco la storia di Anita, la quarta classificata del ​ nostro concorso​, e della sua famiglia​ , che negli anni si è allargata accogliendo nel proprio cuore prima Sara e Michele, che vivono in Congo, e oggi Tiko, che frequenta il ​ centro SCCMA​ di Addis Abeba (Etiopia).

“Quella sera del 1995 circa, in cui ho visto per la prima volta padre Barbieri fuori dal teatro dove mi accingevo a vedere uno spettacolo, mi colpì il messaggio, che lui diffondeva col megafono, che bastavano 100 lire al giorno per permettere ad un bimbo o ad una bimba di sfamarsi o di andare a scuola. La cosa mi sembrò così a portata di mano che presi il volantino. Avevo circa  34 anni e fino a quel momento avevo sempre pensato che l’adozione a distanza fosse una cosa per coppie o famiglie, quindi non per me.  ​ Ma la foto di quei bambini ammassati in un campo profughi, mentre io mi potevo permettere anche di andare a teatro, continuava ad interrogarmi​ . ​ Così mi lanciai​ . Prima sostenendo una bimba ruandese, Sara; poi quando lei finì la scuola e cominciò ad aiutare la sua famiglia allevando piccoli animali da cortile, il suo fratellino Michele; adesso Tiko dell’Etiopia. Nel frattempo mi sono sposata ed abbiamo avuto una bimba: Maria. Quando lei aveva circa 4 anni le mostrai la foto di Michele che tenevo in cucina e le dissi che era il suo fratellino Michele, e lei mi chiese:  “Dov’è?” e poi “Quando andiamo a trovarlo?” Fui molto sorpresa da queste domande e risposi che lui abitava un po’ lontano…
Riflettendo sulle sue domande – così logiche – e sul mio imbarazzo nel rispondere, mi resi conto di quanto in realtà io sentissi lontano Michele a differenza di lei che aveva colto l’essenza di quel legame. Era solo un piccolo filo, ma cosa mi aveva impedito fino a quel momento di sentirlo come un figlio?  Da allora ho cominciato a pensare a Tiko come ad una persona reale.
Per me adottare una bimba o un bimbo a distanza vuol dire fare qualcosa di concreto perché una creatura piccola possa trovare le condizioni minime per crescere dignitosamente​ . Vuol dire eliminare la distanza e il senso di impotenza che sembra esserci tra noi del mondo “progredito” e loro del mondo “in via di sviluppo”. ​ Sento la responsabilità di fare la mia piccola parte per una maggiore giustizia distributiva: visto che ho avuto di più (chissà per quale arcano motivo) devo anche dare di più.
Perciò ringrazio molto voi operatori di COOPI per ciò che ci date la possibilità di fare per queste bimbe e bimbi.
Cordialissimi saluti
Anita, Gigi e Maria”